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Diritto all'oblio, Google non trova soluzioni
Pubblicato il rapporto della commissione messa in piedi da Google dopo la sentenza della Corte di Giustizia

Il tour di Google in Europa si conclude con la presa d'atto che non ci sono spazi per superare quanto stabilito dalla Corte di giustizia europea lo scorso maggio: qualsiasi cittadino del Vecchio continente ha il diritto di richiedere la deindicizzazione di alcuni contenuti dai risultati proposti dai motori di ricerca. Dai fatti di cronaca alle informazioni personali, dalle foto ai video: non si parla dei contenuti di per sé stessi ma dei link a quei contenuti. Da un anno si può infatti chiedere che vengano eliminati dalle pagine dei risultati compilando un semplice modulo online: considerando che i motori di ricerca sono i varchi d'accesso al web, se qualcosa non appare lì sopra, di fatto scompare. È come non trovare la toppa per aprire una porta pur avendo la chiave. Ed è già successo 200mila volte

Sembra una finezza giuridica, è in realtà un principio che sta scuotendo alla base l'impianto normativo della rete. Le domande collegate hanno da subito messo in crisi non solo Big G ma anche esperti, giuristi, addetti ai lavori, editori, storici, giornalisti: chi decide se la richiesta è appropriata o no? Quali mezzi esistono per opporsi a un eventuale diniego? E - dall'altra parte - quali sono invece i rischi per la trasparenza, l'informazione, perfino la completezza delle vicende storiche, come ha ricordato qualche mese fa l'avvocato Guido Scorza nel corso della tappa romana all'Auditorium capitolino?

Adesso la conclusione, almeno provvisoria, della faccenda. Che in realtà non conclude un bel nulla: l'Advisory Council messo in piedi da Google ha infatti presentato un rapporto nel quale si sostiene di fatto l'unico assunto sostenibile ma non si sciolgono - l'avevamo scritto, era e resta un rompicapo - i problemi essenziali. L'assunto è che Google non potrà che funzionare in due maniere diverse in Europa e negli Stati Uniti. Nel Vecchio continente i risultati del motore di ricerca saranno sempre più esposti all'effetto-groviera, con buchi ed eliminazioni di link su richiesta (non sempre disinteressata, anzi) dei protagonisti di certi fatti o notizie. Oltreoceano nulla di tutto ciò: effettuando ricerche con versioni non europee del sito, i collegamenti a certe pagine rimarranno al loro posto, sebbene soffrendo una diversa serie di parametri che proporrà ovviamente i risultati in ordine del tutto diverso. Google censura l'Europa? Roba da ministero della Verità di orwelliana memoria? Sì e no: è in fondo proprio l'Europa che ha chiesto - pur senza un quadro normativo di riferimento, ma sull'onda di una sentenza originata da un caso spagnolo - di farsi censurare.

Da Roma a Parigi passando per Varsavia e Madrid, la commissione capitanata da Eric Schmidt ha girato il continente nel corso dell'autunno 2014. Fra i membri, nomi di primissimo piano. Da Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, ex ministro federale della giustizia tedesco, a Sylvie Kauffman, direttrice editoriale di Le Monde, fino a Luciano Floridi, docente di filosofia ed etica dell'informazione a Oxford, passando per David Drummond, capo dell'ufficio legale di Mountain View, e Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia. Proprio da parte di quest'ultimo, e da quella della Leutheusser-Schnarrenberger - ma in direzioni diametralmente opposte che d'altronde confermano le storiche e profonde differenze giurisdizionali fra Usa ed Europa - sono arrivati i distinguo più profondi raccolti nel documento.

Mentre Frank La Rue, inviato speciale dell'Onu per la promozione e la tutela del diritto alla libertà di opinione, non ha partecipato alla stesura, Wales ha preteso che fosse inserita una dichiarazione nella quale rigetta totalmente - come aveva fatto anche a Roma, dimostrandosi il più scettico di quel 10 settembre - l'impianto derivante dalla sentenza della corte lussemburghese: "Mi oppongo totalmente a uno status giuridico in cui una società commerciale è costretta a diventare giudice dei nostri più fondamentali diritti come la libertà di espressione e la privacy, senza consentire alcuna appropriata procedura di appello per gli editori le cui opere vengono soppresse. Il Parlamento Europeo dovrebbe immediatamente modificare la legge per fornire un adeguato controllo giudiziario e protezioni rafforzate per la libertà di espressione". Al contrario, l'ex ministro di Berlino ha insistito su un fronte evidentemente irricevibile da parte di Google: che quei link, eliminati nelle versioni europee del motore di ricerca, vengano silenziati e nascosti anche su tutte le altre edizioni del sito.

Il lungo giro europeo nel corso del quale Google ha disperatamente cercato idee e vie d'uscita all'onere che (impropriamente, ma al momento senza alternativa) le spetta ascoltando giornalisti, esperti, giuristi, si chiude dunque con un documento di 44 pagine. "È stato molto utile ascoltare in questi mesi una molteplicità di punti di vista diversi in tutta Europa e terremo questo rapporto in considerazione", ha detto Drummond, "nello svolgere le attività volte a ottemperare alla decisione della Corte di Giustizia Europea stiamo anche attentamente considerando le indicazioni fornite dai Garanti europei". Un rapporto che non chiarisce però i meccanismi dirimenti. Quelli cioè sulla responsabilità della decisione relativa alla rimozione. È possibile, come dice il fondatore di Wikipedia, che questo peso debba ricadere sulle spalle di un'azienda privata, alla quale viene attribuita una delicata funzione giuridica nella gestione della privacy? E anche fosse, quali principi e criteri dovrebbe seguire Google per far fuori un risultato invece di un altro?

Qualche proposta il gruppo l'ha raccolta. Per quanto quasi ogni spunto abbia bisogno dei necessari cambiamenti normativi per non rimanere lettera morta. L'idea, per esempio, che i diversi motori di ricerca collaborino per standardizzare la procedura di rimozione approntando un'unica piattaforma di riferimento. Oppure la necessità che gli editori vengano informati delle eventuali eliminazioni di link a loro contenuti e debbano disporre di un certo periodo per ricorrere contro la decisione, possibilmente all'interno di procedure legali tradizionali. Insomma, di fronte a un giudice. Ancora: definire categorie di notizie e contenuti fuorilegge sulle quali procedere più speditamente, senza verifiche, e altre che invece abbiano sempre bisogno di un attento vaglio.

Era d'altronde chiaro fin dall'inizio che senza l'interlocutore obbligato, cioè le autorità di Bruxelles con cui Mountain View ha una serie di battaglie aperte, la strada dell'oblio sarebbe stata molto complicata. In un far west del genere era inoltre matematico che si generassero pasticci giuridici di vario tipo. A gennaio, per esempio, è arrivata la prima condanna per Google da parte di un tribunale francese: Big G è stata sanzionata proprio per non aver accolto una richiesta riguardante il diritto all'oblio. Il motore di ricerca è stato dunque punito per non aver svolto a dovere - non si sa in base a quali criteri avrebbe dovuto farlo, da qui la contraddizione - un ruolo che si è ritrovato, volente o nolente, a dover interpretare. Quello di guardiano (e filtro) della rete.

9 febbraio 2015

 


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