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Pari opportunità (il pensiero di un trentasettenne)
a cura di Matteo Santini
 

Il numero degli avvocati in Italia supera le 200.000 unità. Un esercito di partite Iva, oneri previdenziali e costi di gestione a carico, assenza di garanzie e futuro incerto.

Leggevo sul Sole 24 Ore che al di sotto dei 45 anni si attesta il 60% degli avvocati. Eppure a Roma non abbiamo un solo Consigliere dell’Ordine under 45. Qualcuno potrà dire «non è un paese per giovani». Io non ci sto ! Non ci sto perché ritengo che l’innovazione, la freschezza e la competenza possano coesistere. Mi sento spesso dire: “un giovane non è in grado di rappresentare altri giovani perché è privo di esperienza”. Niente di più sbagliato! Solo un reazionario preoccupato per la propria poltrona e restio ad ogni genere di innovazione potrebbe credere a questo ragionamento. La distanza incolmabile tra i giovani e le istituzioni deriva in gran parte dalla sfiducia delle nuove generazioni nei confronti di rappresentanti inadeguati a comprendere ed assecondare i cambiamenti. Tra una generazione ed un’altra cambia il linguaggio, cambiano gli strumenti comunicativi, cambia il modo di concepire la politica. Come possiamo sperare nell’introduzione del processo telematico se la maggior parte dei nostri parlamentari al tempo della nascita di internet erano già “nonni” ?

Cosa facciamo affinché i giovani, una volta entrati nel mondo dell’avvocatura non vengano abbandonati a loro stessi e trovino effettivamente uno sbocco professionale adeguato? A chi spetta cambiare le cose ? Innanzitutto ai giovani. In modo provocatorio mi sento di affermare che sono loro ad essere i primi responsabili se all’interno delle nostre istituzioni i giovani rappresentano una chimera. Il nostro sistema elettorale (quanto meno quello forense) ci consente di scegliere in modo diretto i nostri rappresentanti. Se decidiamo di disinteressarci e di non andare a votare perché riteniamo che nessuno possa cambiare le cose o che sia inutile votare o che magari, sia preferibile andare a fare una gita fuori porta piuttosto che recarsi alle urne, allora lamentarsi è assolutamente inutile. Puntare su una avvocatura moderna significa anche predisporre gli strumenti che consentano ai giovani di esercitare effettivamente e senza ostacoli la professione (peraltro già bersaglio, di recente, di una serie di provvedimenti distruttivi quali l’introduzione del madia conciliazione obbligatoria, l’aumento sconsiderato del contributo unificato e l’abolizione dei minimi tariffari obbligatori).

E’ solo garantendo a tutti le pari opportunità che si può realizzare il principio di uguaglianza sostanziale sancito dalla Costituzione. Pari opportunità tra uomini e donne (realizzabili predisponendo a favore alle avvocatesse madri una serie di strumenti che consentano loro di non dover abbandonare la professione, come spesso avviene, quasi come se diventare madri fosse una “colpa professionale”); pari opportunità tra avvocati abili ed avvocati diversamente abili (mediante l’eliminazione di ogni barriera architettonica e fornendo a questi ultimi una maggiore offerta formativa gratuita online proprio per evitare difficoltosi spostamenti); pari opportunità tra giovani e meno giovani prevedendo la possibilità per i giovani avvocati o per quelli in difficoltà (perché non dimentichiamoci che anche i non giovani possono purtroppo trovarsi in difficoltà per questioni economiche o di salute) di accedere a prestiti d’onore, finanziamenti agevolati e di godere di sgravi fiscali effettivi. E soprattutto, pari opportunità tra abbienti e meno abbienti. Subordinare la permanenza nell’albo degli avvocati alla produzione di un reddito minimo annuale (vedi articolo 20 ddl di riforma della legge professionale) rappresenterebbe non solo una evidente violazione Costituzionale ma soprattutto, sarebbe una sconfitta epocale di una categoria che fonda il proprio ruolo ed il proprio prestigio sulla difesa dei diritti fondamentali e della giustizia.

Matteo Santini


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