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I sistemi elettorali italiani dal 1861 al 1994. E, domani?
a cura della redazione
 

La storia elettorale italiana ha origine nelle rivoluzioni del 1848.
Le costituzioni di quegli anni, sia che fossero «graziosamente elargite» dai principi messi alle strette, sia che scaturissero sul campo di battaglia, come in Lombardia e a Venezia, ebbero alle spalle la Primavera dei popoli.
Le diverse promanazioni determinarono però delle differenze.
Il suffragio ristretto etichettò le prime, quello universale qualificò le seconde.
Lo Statuto albertino apparteneva al primo gruppo e quindi l’unità nazionale, «rivoluzione nata non sulla piazza, ma sui gradini di un trono», non poteva non frustrare i progetti che avevano caratterizzato gli esperimenti rivoluzionari. Come il primo re d’Italia si chiamò «secondo» e la prima Legislatura fu designata «ottava», così lo Statuto albertino, costituzione «graziosamente elargita», e le leggi elettorali del Regno di Sardegna divennero, rispettivamente, la carta costituzionale e le regole di scrutinio del nuovo Regno.
Ne scaturì un modello di selezione della rappresentanza che cristallizzò la divaricazione tra «Paese reale e paese legale», riconosciuta da tutti come la caratteristica distintiva dello Stato unitario nella sua fase iniziale.
Il modello di scrutinio fu l’uninominale a doppio turno forte.
Il diritto di voto fu riservato ai maschi che avessero venticinque anni, fossero alfabetizzati e pagassero un censo di circa quaranta lire. Quest’ultimo requisito poteva essere superato per determinate categorie di «capaci»: i professori universitari, gli insegnati, i magistrati, gli ufficiali dell’esercito.
Gli aventi diritto furono circa 420 mila, il due per cento della popolazione, ma i votanti, grazie al massiccio astensionismo, non superano i 240 mila e, pertanto, i 508 deputati del Regno furono eletti da meno di cinquecento elettori per ogni deputato.


Da allora il modello elettorale subì molte trasformazioni.
Il 7 maggio 1882, entrò in vigore la riforma elettorale promessa da Agostino Depretis fin dalla campagna elettorale del 1876 e che vedeva impegnata la Sinistra già dal 1864.
La Legge, che porta i nomi di Agostino Depretis e di Giuseppe Zanardelli, fu presentata come imperniata su tre nobili capisaldi, «il lavoro, la patria, l’intelligenza» e conteneva due novità rilevanti: l’allargamento del suffragio, ottenuto attraverso l’abbassamento del censo (a circa venti lire) e dei requisiti di capacità (la licenza di quarta classe elementare, che si riduceva alla sola seconda per gli alfabetizzati che avessero compiuto il servizio militare) e lo scrutinio maggioritario di lista con panachage.
La Sinistra premeva, da tempo, per l’allargamento del suffragio e per l’introduzione dello scrutinio di lista, che, «dando una composizione politica alla variegata schiera degli elettori» e riflettendosi questa «sull’assemblea dei deputati», conducesse «alla tanto sospirata definizione dei partiti» Quindi, una sorta d’ingegneria politica ante litteram: lo scrutinio di lista come strumento atto a superare i vizi di campanilismo, del notabilato e del trasformismo parlamentare, imputati all’uninominalismo.
La tecnica elettorale come mezzo per creare i partiti.
In realtà, l’opposizione della Destra aprì contraddizioni anche nel fronte riformatore e la Legge ebbe tutti i caratteri del compromesso: benché formalmente di lista, era, in realtà, impostato sui candidati, i quali potevano essere presenti contemporaneamente in più liste, e il suo carattere maggioritario era addolcito dal cosiddetto «voto limitato» nei collegi dove si eleggevano cinque deputati.
Infine, la lista non era prestampata, ma era compilata dall’elettore, che, spesso, se la portava da casa.
Con la riforma, il corpo elettorale del Paese s’attestò poco sopra i due milioni di aventi diritto, non oltre quindi il nove, dieci per cento della popolazione.
Nei criteri di selezione dell’elettorato, benché ancora larghissima rimanesse la forbice «tra il paese legale» e «il paese reale», la legge del 1882, resse per trent’anni.
Il segreto d’una tale longevità va ricercato nell’elasticità del cosiddetto «principio di capacità». Il censo non troppo limitante e il requisito d’alfabetizzazione temperato da quello di milite assolto, consentirono, infatti, sia di nascondersi dietro il dito dell’analfabetismo. La tesi dominante fu, di fatto, che la clausola escludente gli analfabeti si sarebbe progressivamente dissolta con la progressiva scolarizzazione, sostenuta da un deciso quanto intenso impegno dello Stato.
Invece, l’illusione ingegneristica non durò nemmeno un decennio.


Dopo tre tornate (1882, 86 e 90) il compromesso dell’Ottantadue si dimostrò già logoro: il personalismo s’era incrementato e il trasformismo dilagava:. L’intervento alla Camera, il 21 aprile 1891, di Tommaso Tittoni è indicativo: «I candidati hanno fatto le liste unicolori, gli elettori hanno fatto le schede variopinte e la confusione del paese si è riprodotta nella Camera dove talune volte abbiamo visto questo bel fenomeno, che tre deputati di un collegio, in alcune votazioni, hanno votato uno col Ministero, uno con l’opposizione ed uno si è astenuto.»
Con un po’ di buon senso, si sarebbero probabilmente sottoscritte le parole del deputato Giuseppe Alberto Pugliese: «Non è lo scrutinio che impedisce la corretta funzionalità delle parti, ma è che le parti non ci sono».
La mancanza di buon senso non è un monopolio dei nostri tempi!
Il 14 giugno 1891, si tornò all’arrondissement. Il giro sui talloni fu giustificato con le medesime motivazioni sfruttate per abolirlo.
Il 26 giugno del 1913, il Ministero Giolitti varò il suffragio universale maschile: l’elettorato, dai tre milioni di aventi diritto del 1909, superò gli otto milioni.
La riforma del 1913 è, tra tutte, quella cui gli storici hanno dedicato più attenzione. In particolare, la ricerca si è soffermata sul machiavellismo del promotore, Giovanni Giolitti, e sull’intreccio tra allargamento totale del suffragio, Guerra di Libia, accordo con i cattolici, strumentalizzazione dell’elettorato analfabeta, quale rete di protezione per mantenere «inalterate le dinamiche di potere presenti nei vecchi collegi».
Il Dopoguerra coronò antiche aspirazioni socialiste: la giornata di lavoro di otto ore e, il 9 agosto 1919, lo scrutinio di lista proporzionale. Unica zona d’ombra: la sopravvivenza del panachage.
Con il proporzionale l’Italia fuoriuscì dalla preistoria partitica. Forse anche per questo Giolitti lo definì «la maledetta legge».
L’esperimento durò tuttavia lo spazio di un mattino. Il 18 novembre 1923, iniziò il ciclo delle leggi elettorali fasciste.
Il Primo governo Mussolini dapprima promosse la Legge Acerbo, scrutinio di lista con premio di maggioranza, ma, già il 17 gennaio 1925, deliberò un nuovo ritorno all'uninominale, questa volta un turno. Il 17 maggio 1928, fu poi la volta della legge elettorale plebiscitaria.
Nel 1929 e nel 1934, gli elettori furono invitati a confermare il listone predisposto dal Gran consiglio del fascismo.
Il ciclo si concluse nel 1939 con l’abolizione tout-court di ogni parvenza elettorale: le leggi corporative istituzionalizzarono la nomina per cooptazione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni.
Questo travaglio, che durò, in effetti, per tutto il Ventennio, è tuttora l’aspetto meno studiato del fascismo.
Probabilmente non è sbagliato ritenere che è anche questa carenza della storiografia incida nel favorire l’attuale disorientamento.
Il 10 marzo 1946, si preparò il ritorno alla libertà e alla democrazia con Legge elettorale per la Costituente: suffragio universale, maschile e femminile e scrutinio di lista proporzionale. Infine, le vicende di questi ultimi anni con il ritorno al maggioritario uninominale.


Da questi centotrenta e rotti anni emergono alcune lezioni di rilevante attualità.
Il divenire del diritto elettorale italiano fu segnato da alcuni handicap, che ne resero difficile, per lungo tempo, lo sviluppo in senso compiutamente democratico.
Decisiva in tal senso fu l’incapacità della classe dirigente, la borghesia italiana, di costruire, a differenza di altre esperienze, come, per esempio, quella inglese, un vero e proprio sistema di partiti.
Come scriveva Palmiro Togliatti: «La borghesia non aveva mai posseduto una forte organizzazione politica unificata, non aveva mai avuto una organizzazione in forma di partito. Questa è una delle caratteristiche della situazione italiana prima della guerra. Non troverete, prima della guerra, una organizzazione politica borghese che abbia il nome, il
carattere di un partito politico nel senso di una organizzazione nazionale, centralizzata, collegata con le masse e che abbia un programma ed una linea di azione determinati e uguali su tutta la superficie del paese. Fate uno sforzo per trovare una tale organizzazione: invano non la troverete.»



Questa scelta ha anche prodotto la sua ideologia. Il maggior filosofo del liberalismo italiano, Benedetto Croce, riecheggiando Oswald Spengler, definiva la forma partito come un fenomeno indiscutibilmente negativo. Per Croce, il partito sarebbe «un concetto logicamente assurdo e praticamente pernicioso, perché distruttivo della coscienza dell’unità sociale.»
Perciò «la vera azione politica richiede sempre un trarsi fuori dei partiti per affermare, sopra di essi, unicamente la salute della patria.»



Ma solo una minoranza della classe dirigente intese ciò come un limite. E, come abbiamo visto, secondo le credenze di una ingegneria politica ante litteram, cercò di varcarlo attraverso la modifica del meccanismo elettorale.
La riforma del 1882 avrebbe dovuto superare gli angusti confini del collegio uninominale e ridisegnare la figura del deputato come espressione di una precisa parte politica, libera dai clientelismi e dagli intrighi di palazzo.
L’esperimento però non riuscì. La procedura era sbagliata, perché la borghesia liberale non volle o non poté emanciparsi da quella coniugazione «notabilato, localismo, clientelismo», che trovava nell’uninominalismo lo strumento più funzionale e nel trasformismo, definito da Marco Minghetti «legge generale delle cose viventi», il necessario risultato.



Giovanni Giolitti seppe fare di necessità virtù: nello smantellamento dei partiti risiede, in realtà, l’essenza del suo disegno politico. Su quello che altri intesero come un limite, Giovanni Giolitti costruì, finché poté, l’egemonia politica della borghesia liberale: «La sua politica, che d’altra parte continua una tradizione italiana, quella del Depretis e dello stesso Cavour, è volta alla formazione di una maggioranza parlamentare di centro
che consenta di governare dissolvendo, per così dire, le differenze teoriche dei programmi nella prassiparlamentare».
Proprio per questo, egli e la sua politica entrarono in crisi quando dovettero misurarsi con i moderni partiti di massa. Il gioco non riuscì con i socialisti, né con i popolari e, infine, fallì drammaticamente con i fascisti.
Tuttavia, Giolitti seppe radicare a tal punto il sistema nella coscienza del liberalismo italiano, da farne un requisito ideologico costante. Fu, proprio, il giolittiano Camillo Peano che, nel 1919, combatté con più determinazione l’ipotesi proporzionalista; sono stati i liberali Vittorio Emanuele Orlando, Benedetto Croce, Francesco Saverio Nitti a guidare, ancora alla Costituente, l’offensiva uninominalista.



Se il liberalismo italiano non seppe diventare popolare, il popolo, in compenso, non diventò liberale. Le masse popolari italiane o rimasero cattoliche oppure, scavalcando di slancio il liberalismo, anche nella sua accezione radicale, approdarono al repubblicanesimo mazziniano e al socialismo di scuola bakuninista. Tuttavia, la via cattolica (non expedit) o quella repubblicana (pregiudiziale antimonarchica) oppure infine l’antistatalismo del socialismo libertario condussero ad un medesimo risultato: il rifiuto del metodo elettorale.
In Italia, mancò quindi, e per lungo tempo, un autentico movimento popolare, simile al Cartismo inglese, indirizzato alla conquista del suffragio universale. L’impulso verso un ruolo attivo della cittadinanza provenne quindi, tutto sommato, più dall’alto che dal basso. I socialisti stessi, con l’eccezione di Gaetano Salvemini, furono molto tiepidi nel rivendicare il suffragio universale. Benché presente nel Programma minimo del Partito,
contro lo scrutinio universale militava, soprattutto, la preoccupazione per il ruolo negativo che avrebbero potuto assumere le masse analfabete. Inoltre, le esperienze della Francia del Secondo impero e della Germania di Bismarck dimostravano come anche i sistemi autoritari potevano coniugarsi con il più ampio suffragio. Però, a differenza della borghesia, operai e i contadini italiani, pur forzosamente estranei alla pratica e, per scelta ideologica, anche alla teoria parlamentare, seppero, e per tempo, costruire grandi organizzazioni partitiche, sindacali e cooperativistiche, sia rosse che bianche.
La via cattolica fu simile, nella strumentazione (cooperazione, mutuo soccorso, associazionismo), a quella socialista. Tuttavia, si dimostrò più lunga (il Partito popolare si formerà solo nel gennaio del 1919), più complessa (tra il 1900 e il 1913 vi fu la politica del «caso per caso») e più tormentata (per esempio, ma non solo, la vicenda di Romolo Murri).
L’interclassismo frenò l’emancipazione delle masse cattoliche dall’egemonia del proprio, “correligionario”, notabilato. Non mancarono quindi, in quell’esperienza, le strategie compromissorie, come, per esempio, il Patto Gentiloni del 1913.
Tuttavia, pur nella diversità delle idee, dei percorsi e delle esperienze, il socialismo e il cattolicesimo sociale dovettero, chi prima e chi poi, dare sbocco politico alle istanze ch’essi stessi avevano contribuito a sollevare.
Entrambi, sul comune ancoraggio sociale e dall’esterno del Parlamento, costruirono forti strutture partitiche e ciò li portò, a differenza dell’esperienza inglese, a elaborare una dottrina elettorale disancorata dal modello allora vigente.
Anche qui, l’interclassismo fu di freno. I cattolici rimasero, per qualche tempo, nell’orbita delle dottrine corporative, le quali sembravano offrire uno sbocco elettorale più funzionale a chi credeva in una articolazione sociale di ceti non contrapposti.



I frutti di questa comune elaborazione arrivarono nel Primo dopoguerra. Per uno di quei casi che, nella storia, sono, di solito, l’effetto di profondi traumi, accadde nel 1919 quel che è stato vissuto nel 1993: l’abdicazione di un’intera classe politica. La Camera, eletta nel 1913, prima di dar corso alle nuove elezioni, si fece carico di modificare le regole in virtù delle quali era stata eletta. Licenziò la nuova legge elettorale, pur conscia che, con
ciò, la gran parte d’essa non sarebbe sopravvissuta a ciò. Fu in quel dibattito e in quel confronto, parlamentare e non, che si esplicitò la dottrina proporzionalista, la
quale, in seguito, divenne caratteristica qualificante dei partiti popolari di massa.
Da tempo, la causa proporzionalista era stata agitata dalla Associazione proporzionalista, fondata a Milano nel 1911 dal socialista Alessandro Schiavi. Nel ’19, a questo schieramento si affiancarono anche i proporzionalisti «utilitaristi», espressione dell’area moderata, i quali, sulla base anche dell’esperienza belga del 1899, dove la proporzionale fu introdotta «al fine di salvare il partito liberale da quel genere di estinzione che capitò più tardi
al partito liberale inglese», fecero di necessità virtù. Ma la vera novità fu l’affermarsi proporzionalismo partitico, portato avanti dai socialisti e dai cattolici popolari.
Già dal 1910, il Comitato parlamentare per la riforma elettorale con l’applicazione del sistema proporzionale, guidato dai socialisti Angiolo Cabrini e Leone Caetani, dal cattolico Filippo Meda e dal radicale Gino Bandini, aveva enunciato i propri Scopi:
1. «di rendere la Camera dei Deputati lo specchio fedele delle opinioni politiche del Paese, dando ad ogni partito la sua giusta rappresentanza in proporzione del numero dei suoi elettori;
2. di garantire che alla maggioranza reale nel Paese spetti il governo della cosa pubblica, ma che tutte le minoranze importanti abbiano modo di far sentire le loro ragioni in Parlamento;
3. di dare all’elettore maggiore libertà nella scelta dei suoi rappresentanti;
4. di conferire ai rappresentanti una maggiore indipendenza dai piccoli interessi locali, e di permettere ai candidati di presentarsi agli elettori con un sincero programma di partito e senza doversi poggiare su ibride coalizioni;
5. di agevolare l’ingresso in Parlamento dei migliori e più fidi rappresentanti di ogni partito;
6. di rendere più difficile la corruzione e le intimidazioni in periodo elettorale;
7. di ostacolare il più che sia possibile l’ingerenza governativa nella lotta elettorale.»



I punti 1 e 3 si ispirano al proporzionalismo liberale della «giusta rappresentanza»; il punto 2 è una presa di posizione contro le distorsioni truffaldine del «principio innaturale di territorialità»; il punto 4 richiama il patto di programma tra gli elettori e gli eletti; il punto 5 riafferma l’endogenesi dei gruppi dirigenti; i punti 6 e 7 denunciano il notabilato.



A differenza della maggior parte dei politici italiani, i quali si muovevano di qua e di là tra il modello funzionale inglese (la Destra) e il «diritto naturale» francese (la Sinistra); Filippo Turati e Luigi Sturzo misero a punto un’originale cultura del diritto elettorale.
Turati e Sturzo non solo seppero mutuare la più avanzata delle tradizioni liberali, ma introdussero anche la nuova concezione che voleva nel partito, e non del deputato, lo snodo tra lo stato e la società. Questa dottrina rappresenta tuttora la volontà d’emancipazione delle masse popolari dalla tutela politica del notabilato.
Sorti esternamente al sistema parlamentare, i partiti di massa non solo acquisirono i compiti propri delle formazioni partitiche borghesi, nate all’interno del parlamento, ma si proposero anche un nuovo ruolo: quello della formazione, della selezione e della promozione di una rappresentanza reclutata all’interno del loro proprio referente sociale.
Fin dal Congresso socialista del 1908, Filippo Turati, intervenendo il 22 settembre, ebbe modo di dire: «Alla riforma del suffragio universale deve connettersi sempre quella dello scrutinio per province, della rappresentanza proporzionale e della indennità dei deputati, che sole potranno dar libera scelta al corpo elettorale, e far entrare una forte rappresentanza di organizzatori operai, e con essa il pensiero e la psicologia dell’operaio, nelParlamento.»
Una impostazione che Piero Gobetti ebbe la capacità di sintetizzare efficacemente, nel 1923, in un celebre intervento: «Voglio la proporzionale come strumento rivoluzionario di formazione delle nuove classi dirigenti».
Il proporzionalismo fu vincente nel ‘19. Dopo il 1921, servì invece, sono parole di Luigi Sturzo, da «trincea definitiva» di fronte a un duplice attacco: quello, per la restaurazione uninominalista, portato avanti dai liberali di Giovanni Giolitti, e quello fascista che, con l’apporto anche di alcuni cattolici (la scelta di Filippo Meda fu definita da Alcide De Gasperi «sciagurata») e liberali (per esempio, Enrico De Nicola), condusse alla Legge
Acerbo.
Nel pieno di questa battaglia, Filippo Turati rilanciò l’Associazione proporzionalista, la rinnovò in Associazione italiana per il controllo democratico e riuscì a coinvolgervi, oltre ovviamente a Luigi Sturzo, anche, e «toto corde», Antonio Missiroli e Ugo Guido Mondolfo.
Il 5 febbraio 1925, quasi un anno esatto prima di morire esule a Parigi, Piero Gobetti dedicò un intero numero del suo giornale, La Rivoluzione Liberale , alla causa proporzionalista. In quel numero, compaiono le firme di Gaetano Salvemini, di Luigi Sturzo e di Guglielmo Ferrero. Quest’ultimo scrisse l’editoriale La proporzionale risorgerà. La rinascita democratica, dopo il ventennio fascista, doveva dargli ragione.
Nell’esperienza prefascista si affinò la dottrina che, tra il ‘46 e il ‘48, guidò la scelta proporzionalista dei padri costituenti e che può essere tutta racchiusa nel motto pronunciato, il 20 dicembre del ‘47, da Attilio Piccioni, in sprezzante risposta alle manovre d’impenitenti uninominalisti: «Alla personalitocrazia io preferisco sempre la partitocrazia.»



Nel 1919, non esisteva ancora il Partito comunista, tuttavia, all’interno del Psi, operava una vivace «frazione» comunista, capeggiata da qualche deputato massimalista, come Nicola Bombacci, e da un gruppo di giovani.
Quest’ultimo era articolato, a sua volta, in due scuole: quella napoletana di Amadeo Bordiga e quella torinese di Antonio Gramsci.
Il gruppo napoletano pubblicava, in quegli anni, un periodico Il soviet. È dalle colonne del Soviet che venne esposta, con più convinzione e con maggiore frequenza, la posizione dei comunisti intorno alla riforma elettorale.
È facile oggi eludere, minimizzare e prendere le distanze. Amadeo Bordiga e la sua opera sono statistalinisticamente rimossi dalla memoria. Invece, la vicenda merita di essere ricordata perché rappresenta uno dei primi sintomi di quella malattia, l’odio antisocialista, che ha caratterizzato l’intera storia del comunismo e che ha trovato nella teoria del Socialfascismo» la sua formulazione più significativa.
Per i comunisti, anche sulla tematica elettorale, il nemico da annientare non era la destra, la borghesia, il giolittismo e nemmeno il nascente fascismo, ma il socialismo riformista.
Il 9 marzo 1919, Il Soviet titola «Lo specchietto proporzionale per le allodole»: «L’on. Turati prosegue imperterrito nel suo sforzo di distrarre l’attenzione da quello ch’è il vero e urgente problema del proletariato mondiale, l’espropriazione della borghesia e l’instaurazione della dittatura proletaria, con una serie diespedienti dilatori, destinati ad avere scarso successo .... Il sistema rappresentativo elettorale, comunque congegnato, assicura la prevalenza della borghesia. Ed è perciò che i suddetti signori non si spaventano della rappresentanza proporzionale, anzi! In fondo, questa non porterà altro che uno spostamento interno di persone e di gruppi dirigenti in seno alla borghesia, lasciando immutate le posizioni comple ssive di questa di fronte al proletariato. Andranno in minor numero al Parlamento i rappresentanti degli interessi e delle cricche borghesi locali, e in maggior numero i delegati di più vaste organizzazioni politiche o economiche, ma sempre della
borghesia; e il risultato sarà quindi piuttosto un rafforzamento del potere politico della classe dominante.»



Nel confronto apertosi, in seno alle forze politiche, nel Secondo dopoguerra, il Pci aderì al fronte proporzionalista. Né, in quell’ambito, la scelta, avrebbe potuto essere diversa. Proprio in quegli anni, i comunisti si apprestavano a compiere un’ennesima «svolta», quella del “«Partito nuovo» e, con ciò, a condividere quasi tutte le esigenze proprie dei partiti democratici di massa. Tuttavia, anche in quella occasione, i comunisti non riuscirono a essere né trasparenti, né lineari, furono defilati e mediatori.
I comunisti non colsero il rilievo che la tematica elettorale meritava. Pesava sul Pci la filosofia leninista che, totalmente estranea alla cultura della liberaldemocrazia, o si palesa, come nel dibattito del 1919, con un anacronistico astensionismo, oppure tende ad avere una visione del confronto elettorale sempre ed esclusivamente tattica e utilitarista.
Alla carenza di cultura liberaldemocratica s’aggiunse, per rendere la posizione ancora più ambigua, la politica della «svolta di Salerno».
Nel feeling tra Palmiro Togliatti, la Monarchia e la destra liberalconservatrice entrò di diritto anche la tematica elettorale e i comunisti pasticciarono discutibili mediazioni atteggiamento intorno alle dottrine elettorali è rimasto una costante e ha portato questo Partito a schierarsi, nei primi anni ‘90, con le forze uninominaliste.



Superato il periodo a noi più vicino e quindi ben conosciuto (mattarellum, porcellum e quant'altro) il Governo Monti si è insediato per rendere credibile l’equilibrio dei conti pubblici e recuperare la fiducia degli investitori internazionali, per rendere sostenibile nel tempo il debito pubblico italiano.



A questo Governo, quindi, il compito di provvedere nel campo economico e finanziario e al Parlamento il compito di deliberare le riforme costituzionali e la riforma elettorale. Su questa divisione di compiti, uno gestionale e l'altro politico, si gioca la bontà del Governo Monti e il futuro dell’Italia.



L’agenda delle riforme si apre al Senato con la Riforma del Parlamento, ossia la riduzione del numero dei Senatori e dei Deputati e la modifica del bicameralismo perfetto. La discussione è in corso al Senato ma l’esito è incerto. I dubbi si sono infittiti dopo che il PDL ha deciso di sovraccaricare la difficile e tarda stagione delle riforme istituzionali con l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, con il doppio turno alla francese. Si rischia il fallimento dell'iniziativa riformatrice!
Tre sono le considerazioni che inducono a tale valutazione: la prima, perché si ripropone un sistema bipolare che in questi ultimi venti anni ha dimostrato tutta la sua debolezza sia di governo e sia politica. Salvo qualche eccezione (legislatura 2001 - 2006), tutte le coalizioni che hanno vinto le elezioni non sono riuscite a governare. In questi ultimi 20 anni si sono affrontate e sfidate “due quantità” piuttosto che due schieramenti politici. Esse si legittimavano in tutti i modi, anche chiedendo il voto contro l’avversario invece che per se stessi. In sostanza, non si è chiesto nè si è espresso un voto per governare!
Come meglio vedremo in seguito, il premio di maggioranza ha acuito la patologia del sistema. Riproporre un bipolarismo “coatto” significa, quindi, non aver capito quello che è successo negli ultimi venti anni e, soprattutto, non avere un progetto di cambiamento per rendere più governabile il sistema politico italiano.
La seconda considerazione verte sui tempi di attuazione della procedura di riforma costituzionale. Non basta, infatti, modificare la norma riguardante l’elezione del Presidente della Repubblica ma l’intera seconda parte della Costituzione, che implica la modifica anche dei poteri dello stesso Presidente, del Governo e del Presidente del Consiglio dei Ministri. Un’operazione legislativa delicata, organica e profonda sul piano dei pesi e contrappesi del sistema democratico, che richiede tempo e profondità di discussione e non può, quindi, risolversi con un semplice emendamento all’attuale testo, limitato alla riforma del Parlamento. Al contrario delle aspettative del PDL, i tempi sono stretti rispetto al calendario imposto dalla procedura costituzionale dell’art. 138 di riforma della Costituzione.
La terza ed ultima considerazione sta nella debolezza della classe dirigente politica italiana, che si preoccupa di perpetuare se stessa attraverso meccanismi elettorali che escludono dalla rappresentanza parlamentare partiti e movimenti politici concorrenti nella stessa area elettorale di riferimento. Tale tentativo è abbastanza evidente se solo si prende in esame l’esito elettorale delle ultime consultazioni presidenziali francesi che hanno portato Holland all’Eliseo.



Chi propone il sistema francese a doppio turno in Italia, vuole quindi trasferire lo stesso deficit democratico, per regolare i conti a destra con Storace e a sinistra con Di Pietro e grillini. Li vuole rendere irrilevanti nella rappresentanza parlamentare, anche se dovessero superare lo sbarramento elettorale del 4%. Per concludere, quindi, l’analisi sul “pensiero debole” dell’annunciata riforma costituzionale: non ci sono i tempi per una seria e compiuta riforma di sistema, non è la soluzione la riproposizione di un sistema bipolare che ha già devastato la coesione sociale e territoriale dell’Italia.



Acquisito il dato numerico della riduzione dei seggi di Senatori e Deputati con l'approvazione della riforma costituzionale, si può passare subito alla riforma elettorale.



Tale appuntamento - quantunque la pluralità di voci che a volte diventano confusione - è improcrastinabile!
Se entro la ripresa autunnale dei lavori parlamentari non si definisce un testo di modifica dell’attuale “Porcellum”, restituendo all’elettore il diritto di scelta del parlamentare, sicuramente il Capo dello Stato sarà costretto a mandare un messaggio alle “Camere” al fine di interpretare un vasto sentimento popolare a livello nazionale.



A quel punto la delegittimazione politica e morale della classe dirigente politica e parlamentare sarebbe devastante. Infatti, anche se solo subito dopo si definisse un testo, ci si troverebbe di fronte ad un’iniziativa politico-parlamentare “imposta” dall’esterno”. Peggio sarebbe, ovviamente, se non si facesse niente, nonostante l’invito del Presidente Napolitano.



E’ di tutta evidenza, dunque, la necessità di una riforma elettorale appena alla ripresa dei lavori parlamentari a settembre.



Quale riforma?
Sono stati censiti ben 306 modelli elettorali esistenti al mondo.



In Italia, nel secondo dopoguerra, si sono alternati per l’elezione del Parlamento due sistemi elettorali: quello proporzionale nella prima Repubblica e quello maggioritario nella seconda Repubblica.



In questa sede non intendiamo affrontare la dinamica tecnica dei due sistemi per arrivare a dire qual è il migliore. Quello che intendiamo focalizzare è la convenienza del sistema proporzionale per riunire l'Italia, sia politicamente e sia territorialmente, rimuovendo le differenze socio-economiche tra nord e sud che negli ultimi 20 anni si sono accentuate.



Per capire l’utilità per l’Italia del sistema proporzionale, bisogna partire dalla constatazione dei vincoli esterni che tale sistema assorbe. Ci riferiamo ai vincoli del nuovo trattato internazionale che l’Italia dovrà approvare sulla nuova governance di bilancio che va sotto il nome di “fiscal compact”.



Già prima di questo trattato c’erano i regolamenti comunitari che disciplinano la materia, il cosiddetto “six pack”, di riforma delle procedure di contabilità pubblica.



Le nuove procedure di controllo delle politiche fiscali a livello di Commissione europea, non solo impongono l’allineamento del Piano Nazionale delle Riforme - indicate annualmete nel Documento di Economia e Finanza - che si deve approvare entro il 30 aprile in linea con la "Strategia europea 2020", ma impongono anche una strategia di rientro del debito pubblico italiano.
Il trattato di Maastricht prevedeva che l’Italia dovesse rientrare con il suo debito pubblico al di sotto del 60% del PIL “con un ritmo adeguato” rispetto al momento in cui è entrata nell’Eurozona.
Dal 1997, diversamente dagli impegni assunti, il debito pubblico è invece di scendere è aumentato ad un “ritmo adeguato”, passando dal 106% al 120% del 2011. Dal 118,3% del 1997, è passato all’attuale 120% del PIL nel 2011. La nuova disciplina ("six pack" e "fiscal compact") prevede, invece, che ciascun Paese membro dell’eurozona rientri per la parte eccedente il 60% del debito pubblico definito con il trattato di Maastricht, con il ritmo di 1/20 del Pil ogni anno. Tradotto in cifre, significa circa 40-45 miliardi l’anno di riduzione del debito pubblico, al netto dei cosiddetti "fattori rilevanti", ossia la valutazione di di parametri di virtuosità della spesa sostenibile da valutare caso per caso. Tale vincolo l’Italia deve soddisfarlo con un altro vincolo: l’art. 81 della Costituzione, che ha stabilito il pareggio di bilancio.



In sede europea è stato stabilito, come risulta anche nel Documento di Economia e Finanza, che tale pareggio “strutturale”, l’Italia lo raggiunge già nel 2013; ossia nell’anno delle elezioni politiche.



Sicuramente, quindi, per i prossimi dieci anni la strada l’avremo in salita.
Anche la statistica ci dice che il PIL italiano tornerà ai livelli del 2007 solo nel 2018, mentre il tasso di disoccupazione tornerà ai livelli pre-crisi soltanto nel 2020. Le politiche fiscali improntate all’austerità, pertanto, caratterizzeranno le scelte politiche dei prossimi governi sicuramente per i prossimi dieci anni!



Qualunque schieramento o coalizione che vincerà le elezioni, dal 2013 al 2023, dovrà fare riforme “impopolari”, con il rischio di perdere voti ed elezioni e con il conseguente rischio della instabilità di governo e delle ùmaggioranze che lo sostengono.



L’alternativa ad una seria ed impegnativa politica riformista - così come abbiamo visto fare negli ultimi anni - è quella di "fare il meno possibile", mettendo la spazzatura sotto al tappeto, scaricando tutto sulle future generazioni attraverso l’arte del rinvio.
Tale alternativa però ha un giudice più severo dell’elettorato di riferimento: i mercati finanziari.
Se i conti pubblici non saranno in ordine e se il debito pubblico non ha saldi che nel lungo periodo garantiscano la restituzione dei prestiti dei risparmiatori, i tassi di rendimento – il famoso spread – schizzerà alle stelle, appesantendo la spesa pubblica corrente.



Da questo quadro emerge una lunga stagione di riforme improntate sui tagli alla spesa pubblica e sul trasferimento della spesa per il debito pubblico verso la sfera della spesa privata.
Questo cambiamento epocale della gestione delle risorse pubbliche ha due strade: mantenere l’attuale e penalizzante polarizzazione tra ricchi e poveri, che negli ultimi anni si è acuita, oppure ridistribuire, con maggiore equità, il carico fiscale, per garantire la coesione sociale.
Quest’ultima soluzione comporta una forte mediazione tra i ceti sociali, soprattutto allargando – ossia riallargando – l’area del ceto medio, che si è sempre più assottigliato in questi ultimi vent’anni. Per riuscire in questo intento è necessario un quadro di alleanze sociali e politiche tra ceti meno abbienti e ceto medio, per garantire quel consenso alle maggioranze politiche di governo che sappiano fronteggiare e “piegare” gli interessi dei ceti sociali più abbienti, legati a centri di interessi lobbistici fortemente intrecciati con i centri decisionali politico-burocratici.



Quindi, saranno quei partiti riformisti e moderati, meglio di altri che purtroppo sono già sintonizzati con interessi marginali, a dover interpretare quella mediazione sociale necessaria ad una politica di austerità senza “strappi” della coesione sociale.
La nuova stagione politica dei prossimi dieci anni vedrà protagonisti “partiti-programma” che caratterizzeranno coalizioni di contenuti. La stagione dei “partiti-ideologici”, delle coalizioni contrapposte tra destra e sinistra, saranno solo nicchie di rendita elettorale di “vecchie nostalgie”.



Un sistema elettorale di tipo proporzionale, oltre a garantire una “reale” rappresentanza popolare, è per sua natura inclusivo, ossia recupera una dinamica della dialettica politica caratterizzata da logiche centripete, diversamente dagli attuali sistemi divisivi e contrapposti. Garantire la governabilità del Paese, svilupperà un “tasso di unità” e di convergenza verso azioni positive, anche se per stato di necessità piuttosto che per convinzione.



Non si tratta, quindi, di privilegiare le forze politiche di centro, per “condannarle” al governo permanente – come sbrigativamente è stato detto – ma di riconoscere la bontà di un sistema elettorale per le sue caratteristiche unificanti e utili alla governabilità dell’Italia, in una fase storica difficile ed impegnativa sul piano sociale ed economico.
Un’ultima considerazione: come evitare la paralisi gestionale dell’attività di governo da parte di forze minoritarie della colazione?
L’esperienza della prima Repubblica ha dimostrato il superamento del sistema proporzionale a favore di quello maggioritario a causa della degenerazione decisa da chi lo aveva trasformato nella terra di Radicofani e sottomessa ai ricatti di “Ghino di tacco” di antica memoria. La virulenza di “tangentopoli” non consentì correzioni, ma il travolgimento di un sistema politico. Oggi sta avvenendo un’altrettanta virulenta inversione di tendenza.
Non so, al momento, quale sistema elettorale di tipo proporzionale potrà essere adottato perchè più condiviso; l’orizzonte di riferimento però - mi sembra di capire - è quello tedesco, ovvero la variante italiana simil-tedesca.
Si tratta soltanto di stabilizzare qualunque dei modelli che saranno adottati con un premio di maggioranza da applicare alla coalizione che raggiungerà almeno il 45%.
Un soglia inferiore, rischia di sovvertire il rapporto tra “Paese reale” e “Paese legale” mentre il “premio” – modesto: 10% - affranca la coalizione di riferimento da ricatti e condizionamenti di novelli “Ghino di Tacco”.
Non sappiamo se questa responsabilità politica dovrà cedere il passo ai calcoli di convenienza di chi pensa di fare il “colpaccio” con questa legge elettorale, ossia utilizzando ancora il "Porcellum".



Però su un dato statistico possiamo giocari la certezza della nostra visione politica:
negli ultimi vent’anni, chi ha vinto le elezioni non ha poi governato.
Il guaio è che il Paese da vent’anni non è governato!
Negli ultimi dieci anni il suo PIL è cresciuto alla media dello 0,3% , mentre l’Europa cresceva di quattro volte e l’occidente di 8 volte!
L'orizzonte non è nuvoloso, ma buio se l'Italia non riesce ad ottenere una buona legge elettorale e poi un governo che possa govarnare a lungo con un Parlamento che possa legiferare.
E, invece, si continua a litigare tra le maggiori forze politiche, e far finta di confrontarsi nelle stanze fredde e tenebrose della politica,si continua a cercare soltanto l'interesse della propria bottega e, intanto, la primavera 2013 è alle porte.
Calcoli di convenienza da cortile e l'Italia, dopo così grandi e pesanti sacrifici imposti da Monti (che hanno finalmente fatto alzare la testa all'Italia in Europa e nel mondo) rischia di riaffondare nel buio più tetro in cui era precipitata appena sei mesi fà.
Il nuovo baratro è a vista. Profondo. Non dal dopo elezioni del 2013 ma già dai primi mesi dello stesso 2013.
I mercati non aspettano. Il disastro è dietro la porta.
Sveglia classe politica!
Gli italiani sono stufi dei vari Berlusconi, Bersani, Casini, Fini e loro accoliti!
Coraggio...il tempo è scaduto, oppure a casa subito, vecchi scheletri parlanti e di parte! E, ... poi...!



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